PRESENTAZIONE LIBRO “ALPI D’ORIENTE” DI MAURIZIO BAIT
Venerdì 16 gennaio 2026, alle ore 18.30, presso la Sala Proiezioni della Società Alpina delle Giulie, il gruppo ONC – Operatori Naturalistici e Culturali ospiterà la presentazione del volume di Maurizio Bait “Alpi d’Oriente. Storie di uomini, donne, animali e foreste” (Ediciclo Editore, Venezia, 2024).
L’autore, nell’occasione, dialogherà con Flavio Ghio.

Maurizio Bait vive a Valbruna, ma è nato a Trieste dove si è formato giornalisticamente.
Giornalista professionista, è stato caporedattore del Gazzettino a Udine e a Pordenone dove ha curato la pagina culturale che ha pubblicato, tra l’altro, gli scritti di Mauro Corona, confluiti poi nel libro “Il volo della martora”.
“Alpi d’Oriente”, ultima fatica di Bait, è un volume che s’inserisce nella tradizione mitteleuropea. Come “Dalla vita di un alpinista” di Julius Kugy non è un libro sportivo, né una guida, né una raccolta di itinerari, è una presa di distanza dalla montagna collocata sul letto di Procuste della difficoltà e dalla sua riduzione ad “impalcatura da rampicate”.
È una finestra sul mondo sedimentato in noi; parla di ethos e di persone che hanno fatto delle Alpi d’Oriente una Patria allargata, un’Heimat che include e non esclude.
Bait rappresenta la modernità fin dalla nella prima riga del libro: “Non esiste una via universale alla montagna”, mentre Kugy si presenta come uno scrittore sistematico, tendente all’unità. I suoi libri autobiografici ricordano la struttura del “Boléro” di M. Ravel, con una cellula ritmica ripetuta che si rimodula instancabilmente. La Grande Guerra, a scapito della ripetizione, ha privilegiato la novità.
Di quel mondo rimane quanto S. Zweig dice dell’Austria del dopoguerra: un corpo smembrato e sanguinante; è con quell’inchiostro che Kugy descrive le Alpi Giulie ma senza vene né arterie, il flusso non arriva agli organi per farli pulsare.
Così, per alcuni, i libri di Kugy parlano di un mondo perduto, per altri sono il vagito di un’Europa unita senza la tradizione di un regno millenario dove popoli diversi si riconoscevano.
Maurizio Bait lo sa. Non propone il viaggio unico dove tutto diventa sperimentabile ma descrive “diciotto vie” sospese tra un Prologo e un Epilogo. Le vie parlano di foreste, di animali, di genti che Kugy ha interrogato per trovare le cenge degli Dei e la via Eterna: via unica ma anche spazio di intrecci e letture molteplici.
Il libro sorvola i duri terreni dell’agone dove l’asta della difficoltà viene alzata un po’ più di ieri, e un po’ meno di domani perché lo show deve continuare.
Per esorcizzare l’arresto, l’agone sarebbe disposto ad accettare qualche via proposta da Bait, salvo rinunciarvi appena il pericolo scompare. All’alpinismo autenticamente sportivo con il suo tempo lineare basta qualche colonna di excel con nomi e gradi, qualche aneddoto e un elenco che, come un buco nero, illumina le particelle catturate prima di inghiottirle.
Così per l’Epilogo del libro, la vita è “una traccia fugace, che il mare dissipa dopo pochi minuti nel suo incessante andare e venire”.
Eppure le Montagne d’Oriente stanno oltre il salso mare e le sue transeunti scie.
A loro guardano gli appassionati, rimodulando Kugy: “Avevo domandato al mio istitutore che monti fossero quelli che nelle giornate limpide si vedevano sorgere al di là del mare. Ed egli nominò le Alpi Venete e le Giulie. Il mio vago desiderio ebbe così una meta precisa: le Giulie!”
Come per la via Eterna, inizio e fine sono collegati dal cammino esperienziale, la lettura del libro collega Epilogo: “Non la meta ma il cammino è il senso” col Prologo: “A ciascuno i monti doneranno ciò che chiede e ciò che merita”
Resta la questione della correlazione tra cammino e dono. Luminosa ai tempi di Kugy, oscuratasi all’avvento del sesto grado, divenuta incomprensibile all’apparizione della scala aperta delle difficoltà. Ripensarla, prima che scenda l’oblio, è il messaggio del libro di Bait: “Forse la via più importante è quella che non esiste, perché bisogna ancora trovarla, scoprirla, amarla. La via che non esiste si nasconde nelle pieghe di ogni giorno”. È un rimando alla via Scabiosa di Kugy: “E, al di là del tempo e dello spazio, ti saluto, dolce miracolo fiorito del mio cuore, Scabiosa Trenta!” e a un mondo meno tecnico, dove tutto era stupore.
Flavio Ghio






