VIA COMICI-CASARA AL SALAME DEL SASSOLUNGO
“L’ultima via di Emilio Comici”
Via Comici-Casara al Salame del Sassolungo
VI+ o V+ e A0
Ripetizione: Mauro Dall’Argine e Paolo Camellini 4/07/26
Molte scalate si concludono con un traverso. Si pensi ad esempio al lungo traverso della via “Costantini-Apollonio” che con degli appigli sorprendentemente adeguati conduce ai canali d’uscita del Pilastro di Rozes evitando la sua porzione superiore di parete. Altro ancora è il traverso di una “Comici”, quella più incredibile, la nord della Grande di Lavaredo aperta nel 1933. Sopra ad un tetto gigantesco si traversa verso la cengia anulare, come se scalare in verticale da quel punto in poi non fosse più necessario per dimostrare che una grande nord si possa effettivamente vincere. Allora traversare, un gesto a parer mio bellissimo sul piano atletico, suona come l’atto finale di uno spettacolo, gli ultimi accordi di una Sinfonia, il sipario che si chiude sotto gli applausi del proprio ego o della propria fantasia.
La via Comici al Salame del Sassolungo non si conclude con un traverso, ma il traverso netto che caratterizza la sesta lunghezza mi è sembrato proprio conclusivo, la colonna sonora della vita di Emilio Comici che volge al termine. Si tratta in effetti dell’estremo lascito della carriera alpinistica del triestino. E’ stato strano, un po’ inquietante e allo stesso tempo rincuorante venire catturati da queste sensazioni durante la scalata, tutti attributi che ben si confanno al tramontare della vita: la paura ma anche la pace e la serenità del sonno. Queste riflessioni (sui traversi, sulla vita e sulla morte) sono la sintesi di interminabili flussi di coscienza durante le scalate nonché confidenze e pensieri di tutti i compagni con i quali scegliamo di legarci.
Dopo il lungo traverso del sesto tiro giungo alla “nicchia Comici”. Non ho voluto scrivere nulla sul libro di vetta, anche perché di lunghezze ne mancano sei e non mi sento assolutamente alla fine della strada. Raccolgo qualche cartaccia nella piccola nicchia e mi infastidisco un po’: anche qui arrivano le cartacce?
Dopo il sesto tiro, la musica si fa un’altra, quella delle grandi classiche che evitano le difficoltà con grande eleganza. Però, ciò che sta “lì sotto” è il riassunto di quello che Emilio Comici aveva visto nei suoi sogni. La linea a goccia cadente che corre dritta come il tragitto di una freccia, la via che come spiega lo stesso triestino non concede alcun riposo allo sguardo che si perde continuamente nel vuoto. In cima al Salame, Severino Casara scatterà la foto più famosa dell’alpinista triestino, quella che lo ritrae con un passamontagna che raccoglie i capelli, la giacca chiara e lo sguardo vacuo e imperscrutabile rivolto verso valle. Bella la riflessione che fanno i relatori di orme verticali su questa fotografia. L’atteggiamento del triestino sembra diverso da quello ritratto in quasi tutte le foto scattategli fino a quel momento. Allora appariva sorridente, accompagnato spesso dal gentil sesso, da ammiratori o dallo stesso Severino Casara (che pare quasi venerarlo). In cima al Salame palesa un volto solcato dalle rughe, cotto dal sole certo, eppure invecchiato nell’animo più che nella carne. E’ come se in quella foto si dichiarasse vecchio quando di fatto non avesse nemmeno quarant’anni e che forse, dopo il suo ennesimo capolavoro dolomitico, guardasse per la prima volta verso il basso, troppo stanco per continuare a guardare verso l’alto.
Mi rivolgo a te come fossi un amico lontano. Ti ringrazio per quello che hai fatto, per le vie che ci hai regalato, per la scuola della val Rosandra che è diventata la scuola che porta il tuo nome e per il gruppo GARS. Possa io, così piccolo nella mia statura intellettuale ed alpinistica, continuare a trasmettere con dignità il tuo messaggio attraverso le istituzioni delle quali faccio parte e lasciare che il tuo nome voli sempre tra le cime più alte.
A Emilio Comici, l’angelo delle Dolomiti.
Nota: la via non va sottovalutata nonostante la generale buona chiodatura sui tiri e alle soste. In particolare l’avvicinamento, qualora si decidesse di evitare la seggiovia di monte Pana, è decisamente più lungo di quanto sembri (circa due ore, due ore e mezza), così come la discesa (che personalmente comunque non definirei molto complessa). La difficoltà tecnica della via a parer mio sta nella sostenutezza di molte lunghezze tra il V e il V+, non tanto nei singoli passaggi o nel chiave. Come impegno globale graderei TD+
Mauro Dall’Argine










