DIEDRO COZZOLINO
Diedro Cozzolino – Piccolo Mangart di Coritenza
800 m VI (VII o A0)
Ripetizione: Mauro Dall’Argine e Mauro Bologna, 28/08/26
Introduzione: la montagna e(D) io
Il primo ricordo che ho del Diedro Cozzolino è un sipario chiuso, il buio e la luce delle nostre torce frontali mentre fendiamo silenziosi le placche basali, senza corda e senza spettatori. Poco più in alto il libro di roccia più grande delle Alpi Giulie si apre.
Siamo due anime perse, due lucciole che galleggiano nel vuoto.
Ricordo questo e molto altro.
Spesso, di ritorno a casa dal lavoro, mi ritrovo a camminare frugando in vecchie memorie di montagna, quelle nascoste tra le righe di molti miei scritti pubblicati. Scrivere quanto mi accade è come scattassi una fotografia. È altresì un tessuto complesso di parole e sensazioni filtrate dall’egocentrismo che caratterizza anche i sogni, un mondo interiore dove ad un certo punto voglio rifugiarmi quando tutto il resto diventa troppo materiale. Leggo della mia montagna e mi rendo conto che il rapporto con questo romantico titano sia conflittuale. A momenti ne parlo come qualcosa di terribile, capace di evocare in me una malinconia schiacciante. Poi invece ne parlo come il più grande amore e il colore blu della malinconia diventa grigio a contatto con il cielo cinereo: i colori delle mattine sulle grandi nord.
È l’unico posto, la montagna intendo, dove capisco la trascendenza: questa si manifesta davanti a me poiché nulla di ciò che è terreno pare avere senso quando leggo delle mie montagne.
Ho tanta paura in questa vita e sento schiacciante lo scorrere del tempo che pare non mi conceda mai d’essere puntuale.
Nessuna di queste angosce esiste nelle mie pagine di memoria in croda, che sono uno specchio della vita dentro al quale io vivo come un riflesso, immateriale appunto. E se è vero che noi esseri senzienti non siamo eterni se non altro possiamo concepire l’infinito dentro alle parole.
Chissà se è questa l’essenza della fede, quella che superficialmente ho sempre evitato, che non ho mai voluto approfondire. Così ad un certo punto mi sono detto che Dio non esiste e ho pure bestemmiato più volte quando è cessata la paura della sua onnipotenza. Ora mi pare per un momento di concepire Dio, di sentire si nasconda dietro alle pagine di chi cerca di spiegare cosa lo attragga nelle montagne.
Non mi sentirò mai abbastanza preparato come alpinista per cogliere tutto ciò che questi giganti possano offrire. Ormai ho talmente paura di ripetere l’una o l’altra salita, che quando arriva l’estate provo di nuovo l’ansia tipica degli esami, accompagnata dalla melanconia che cresce tanto più quanto crescono gli affetti attorno a me. Questo perché amare, nel migliore dei casi, significa irrimediabilmente accettare una quota di sofferenza enorme. Cosa fareste se me ne dovessi andare? E cosa farei io se voi ve ne doveste andare?
Queste emozioni, spesso fumose e confuse come un flusso di coscienza, sono il prezzo che ho pagato per una grande nord, quella del Piccolo Mangart di Coritenza.
L’amico Giorgio Gregorio dice che alcuni ricordi sono “muti”, doni segreti che non si lasciano catturare dalle parole. Eppure ora mi ritrovo ad aggrapparmi alla carta più forte che posso, ironicamente come sulla roccia, perché con testardaggine e illusione non voglio certo che i ricordi legati al Diedro Cozzolino se ne vadano.

Dove il mondo finisce
La sera prima della salita dormiamo al rifugio Zacchi e, prima di raggiungerlo, facciamo una deviazione. Mauretto (Mauro Bologna) pensa sia saggio lasciare il materiale più ingombrante sotto ad un masso dell’Alpe Vecchia per limitare il peso da portare l’indomani durante l’avvicinamento al buio.
Il clima, seppur favorevole visto l’arrivo dell’anticiclone africano, è decisamente anomalo. Forti correnti pressorie scavalcano la cresta del Mangart o si incanalano tra questo e la Veunza soffiando potenti raffiche di aria calda. Il cielo è fosco e grigio, quasi fosse quello di un temporale in arrivo anche se la stabilità atmosferica è totale. Immersi nella spoglia vegetazione dell’Alpe Vecchia e con queste premesse climatiche, il Diedro Cozzolino incombe sulle nostre teste ancora più minaccioso.
Lo dirò a Mauretto l’indomani quando tutto sarà finito: questo non è un posto romantico.
Ernesto Lomasti racconta che alla vigilia della sua solitaria al Diedro Cozzolino, una parte di lui sperava che il cielo si coprisse, minacciasse pioggia, quasi a voler cercare di rimandare l’inevitabile primato che rimarrà per sempre nella storia. È interessante trovare in questi personaggi anche solo un piccolo pensiero che li avvicini a noi, nonostante le distanze siano infinite.
L’Ernesto vive per sempre in questa montagna. Non ne ho mai trovato l’occasione, ma mi piacerebbe visitare il cimitero di Pontebba e toccare con mano quello scoglio del Mangart che veglia sul più forte alpinista friulano di tutti i tempi.
Prima della costui solitaria e prima ancora che Cozzolino donasse il suo nome al più orientale dei diedri della triade d’oriente, altri friulani cercavano di “forzare” questo libro aperto di roccia secondo la linea più logica ed evidente: trattasi di Marcello Bulfoni e Ignazio Piussi. Non volendomi soffermare troppo a lungo sulla storia, mi limiterò a citare uno degli esempi più puri e ovvi di questa ricerca sulle montagne friulane, ovvero il diedro nord della torre Nuviernulis nel gruppo del Sernio. Il “Bulfoni” è un diedro che esisteva già nella sua forma perfetta, c’è stato solo bisogno di aspettare che qualcuno percorresse interamente quella netta fessura che parte da terra, piega a destra e quindi muore sulla cima della torre.
Sulla nord del Mangart di Coritenza invece, al cospetto del tetro vano nero che è la naturale continuazione del diedro, tutti sono tornati indietro. Enzo Cozzolino no, si limiterà a guardare a sinistra…
Certo non si tratta della linea perfetta e diritta che gli eroi del tempo avevano immaginato ma è la soluzione ovvia e allo stesso tempo originale che ha aperto la strada al diedro infinito.

Enzo traverserà a sinistra anche due anni dopo, nel 1972, sulla cima Scotoni assieme a Flavio Ghio. Lì però, sulla nota via dei Fachiri, mi piace pensare che la sua ricerca fosse “contraria” a quella perseguita sul grande diedro del Mangart. Su quest’ultimo il traverso di sinistra consente l’evitamento dei camini strapiombanti, mentre sulla Scotoni traversare era per Enzo la chiave per entrare nel cuore della parete e abbracciare la difficoltà che forse andava cercando.
Dice il grande Ernesto Lomasti di Enzo Cozzolino in merito alla “difficoltà”:
Messner riteneva che insieme a Bonatti avesse introdotto il settimo grado. A Trieste raccontavano che passava in libera su placche dove gli altri non passavano nemmeno con i chiodi a pressione. Aveva aperto una via sulla Cima Scotoni di difficoltà estreme, con una traversata di quaranta metri che aveva fatto venire i capelli bianchi al compagno e che nemmeno Messner era riuscito a ripetere.
(Luca Beltrame – non si torna indietro, la storia di Ernesto Lomasti, Licheni editore)
Flavio mi racconta che non è proprio andata così. È vero, il traverso sulla via dei Fachiri c’è, ma è più breve di quanto si pensi. Pare che Enzo sia salito verso l’alto dopo pochi metri, trovando una difficoltà senza eguali lungo un tratto di quasi impossibile proteggibilità.
Insomma, quello che probabilmente vedeva nei suoi sogni:
Io sogno ad occhi aperti una fantastica parete la cui roccia è particolarissima perché non presenta fessure per i chiodi ma solamente appigli, ed è talmente compatta da respingere persino il perforatore per i chiodi ad espansione.
Al cospetto della parete sud della Scotoni avevo lo stomaco chiuso, come quando si ha paura e come quando ci si innamora. Lo stesso ora dinnanzi al Mangart di Coritenza.
Mauretto pare invece di buon umore, sistema il materiale sotto al masso designato a poca distanza dall’attacco e dopo aver scattato qualche foto torna sulla traccia. Lo seguo trascinato da una forza invisibile.
La parete delle pareti
Avevo ormai accantonato l’idea di salire il Diedro Cozzolino. La diciannovesima lunghezza l’ho sempre digerita a malapena, leggevo la relazione e mi fermavo lì col dito: 50 metri o più di arrampicata sostenuta, pochi chiodi, difficile proteggibilità. Sarà Mauretto a spostare il confine un po’ più in là: “quel tiro lo faccio io, stai tranquillo”.
Ho avuto la fortuna di avere al mio fianco il compagno ideale, non solo per quanto concerne la scalata ma anche nella valutazione puntuale delle condizioni meteorologiche e climatiche, nella scelta della logistica e nel supporto mentale. Il successo dipende soprattutto da questo: l’allineamento puntuale di tutta una serie di fattori.
Il grande diedro dei sogni ha respinto molti dei nostri amici e maestri, motivo in più per reputarla una salita da temere. Negli anni avevo sentito di alcuni “voli” lungo i marci traversi per evitare i camini, o ritirate al cospetto di fessure bagnate e muschiose. Mi raccontano poi, che nel settembre del 1986 diventa teatro di un’esercitazione estrema ad opera di otto coraggiosi alpinisti, speleologi e soccorritori. Non a caso la muraglia del Mangart di Coritenza è stata scelta per l’operazione, trattasi di una delle pareti più impressionanti delle Giulie e forse delle intere Alpi, premessa che ancora una volta aveva suscitato in me un senso di inadeguatezza.
Una digressione su quel settembre dell’86 mi sembra d’obbligo, anche perché la vicenda è sconosciuta a molti. Racconta l’amico Paolo “Fossile” Pezzolato, che ha partecipato all’operazione:
“La stazione del Soccorso Alpino di Trieste, grazie anche ai tanti speleologi che arrampicavano in montagna, era in Friuli Venezia Giulia portatrice di innovazioni tecniche per i recuperi in parete.
I primi trapani a batteria della Bosch velocizzarono enormemente la preparazione di soste di calata o recupero con tasselli a espansione. (…)
Da tener conto che all’epoca gli elicotteri disponibili erano solamente gli Agusta Bell 205 dell’Esercito Italiano, che in montagna avevano grossi limiti nonostante l’indiscussa bravura dei piloti.
Luciano Cergol, innovatore e capo squadra della stazione di Trieste, comprese che i tempi erano maturi per una dimostrazione tecnica, che sarebbe rimasta negli annali.
All’epoca c’era ancora la Yugoslavia e un sorvolo lungo la cresta di confine sopra la parete nord del Mangart, simbolo delle Alpi Giulie, era impensabile.
Luciano analizzò attentamente uomini e mezzi per procedere in autonomia, realizzando una calata della barella con ferito dalla cima del Diedro Cozzolino fino alla base della parete. 5 settembre 1986: niente elicottero, tutto a spalla dal rifugio Zacchi fino in cima al Piccolo Mangart di Coritenza, compreso il materiale per bivaccare!
I componenti della squadra erano Luciano Cergol, Luciano Milic, Roberto Borghesi, Tullio Ranni, Mario Cedolin, Roberto Valenti, Paolo Pezzolato e Mario Schiemer.
Raggiunta la cima del Piccolo Mangart di Coritenza, allestimmo uno spartano bivacco accogliendo al tramonto le forti alpiniste slovene Ines Bozic e Ela Leskovsek, che quel giorno avevano fatto la prima ripetizione femminile del Diedro Cozzolino.
Prima del sorgere del sole eravamo pronti e tutti concordammo che il ferito figurato doveva essere Mario Schiemer, il quale non proferì parola fin quando, alle 14.00, depositammo la barella sulle ghiaie alla base della parete. (…)
Il dado era tratto, si poteva fare! La nostra fu una dimostrazione sincera al resto della regione, anche se purtroppo certi campanilismi oltre Timavo continuano tutt’oggi.
A onore del vero, chi dubitò della riuscita della nostra esercitazione perse la scommessa e alla sera, alla Capanna Edelweiss dei laghi di Fusine, si mangiò e soprattutto si bevve in abbondanza sotto lo sguardo benevolo del nostro capo stazione Franco Gherbaz (Ciaspa) e di chi dovette pagare il conto.
Ancora grazie ad Andrea Orlini che da solo, il giorno della calata, trasportò a valle il materiale da bivacco di otto persone dalla cima del Piccolo Mangart di Coritenza”.
Insomma, io e Mauretto sapevamo che andavamo a sbattere contro un muro così grande da togliere il fiato. Ricordo ancora che anni fa, in un tentativo fallito alla via Piussi alla Veunza, giunti di ritorno al cospetto del Diedro Cozzolino, Mauretto guardava verso l’alto e commentava: “… è come la nord ovest della Civetta, solo che è in Friuli”.

Della via Piussi ricordo bene le prime lunghezze, quelle percorse prima di sentire i tuoni sopra Fusine. Dicevamo di esserci ritirati temendo il temporale ma avevamo presto compreso che la perturbazione non ci avrebbe interessati: sapevamo insomma di cercare una scusa nel maltempo. Quella via in verità ci stava facendo paura. Avevo aperto io le danze e mi seguivano Mauretto e Fabrizio “Gas” Gaspari, attualmente guida alpina e gestore del rifugio Settimo Alpini in Schiara. La roccia, tanto compatta da respingere qualsiasi protezione rapida, presentava ogni tanto qualche piccola tacca o gradino friabili. I pochi chiodi presenti avevano un aspetto pessimo, quasi fuoriusciti o piegati verso il basso. L’amico Stefano “Calice” Zaleri, ci raccontava che tanti anni fa, durante la sua ripetizione della Piussi alla Veunza, si sarebbe trovato troppo in alto rispetto all’ultimo chiodo “passato” e impossibilitato ad aggiungere una nuova protezione. Ci sono dei momenti nei quali rimbomba in testa una frase decisa:
… devo meter qualcosa…
E Calice quella volta sapeva di non poter proseguire oltre. Nel cercare con pazienza e nervi saldi una protezione, qualcosa ad un certo punto attira la sua attenzione: davanti ai suoi occhi il residuo di un tassello di uno spit rock senza piastrina. Curioso che qualcuno, in tempi sconosciuti, si sia trovato nella medesima situazione e provvisto di un tassellatore manuale abbia trovato lì l’unica soluzione per scongiurare un volo fatale.
Ecco, pensare che probabilmente sul diedro avremmo trovato delle analogie con le pareti della Veunza, era ancora una volta motivo di sconforto.
C’è poi il fatto che anche per la Piussi, avevamo soggiornato al rifugio Zacchi trovandoci in balia di una gestione a dir poco pessima (oggi è diverso!).
Ci avevano visti con le corde al seguito e ci avevano detto: “la montagna è chiusa, non potete andare”. Ma quale montagna? Che cazzo dicono.
Scopriamo poi che ci si riferiva forse alla ristrutturazione della via della Vita.
Andavamo a letto molto presto e un gruppo di ragazzi in motorino saliva al rifugio in piena notte: la musica suonerà fino a mezzanotte circa.
E pensare che poco oltre il confine Sloveno, al vicino rifugio “Tamar” che fa da base allo Jalovec e al Travnik, una cosa del genere non sarebbe mai successa. Quando con l’amico Gianluca ho ripetuto lo spigolo nord dello Jalovec, alla vigilia della salita alcuni molesti turisti americani venivano zittiti bruscamente, e non dai gestori bensì ancora prima da un gruppo esiguo di escursionisti sloveni.
Come dicevo però, allo Zacchi le cose oggi sono decisamente cambiate. Quest’anno abbiamo trovato non solo tanta simpatia e disponibilità, ma anche una gestione decisamente adeguata alle esigenze alpinistiche. Nonostante non si aspettassero spesso degli alpinisti, al rifugio avevano tutti ben chiaro cosa fosse e dove si trovasse il Diedro Cozzolino. Certo forse l’unica linea veramente riconoscibile tra le numerosissime sul Mangart di Coritenza.
Il grande muro non si riduce al pilastro Piussi, alla Lomasti, al Cozzolino. Nomi sloveni tra i quali Podgornik e Švab etichettano queste linee sottili sulla carta e poco più che sulla carta: pochissimi oggi avrebbero coraggio di percorrerle se non con un dito.
Così facevo io sul Diedro Cozzolino, correvo con il dito su una pagina e in qualche minuto mi ritrovavo alla fine. Chissà quante volte l’avrò ripetuto.
Rispetto per chi ti aspetta
Calice ci scriverà così:
“Per partecipar con voi, ogni volta che fe una via rivardo le mie foto e rivivo le mie avventure. Neve all’attacco, tutto slavazà, limoso e braghe della tuta. Vivi per miracolo…”
Ci invia poi qualche vecchia foto che lo ritrae giovanissimo durante la scalata del Diedro Cozzolino assieme all’amico Claudio Sardella detto “Mukuku”.
Accendere nei nostri maestri dei ricordi (anche se ironicamente sgradevoli alle volte), è quanto di più bello ci possa essere per noi che siamo eterni allievi. Siamo come “loro”, attualmente un pò più attrezzati certo, anche un pò più conservativi forse. E non è questo che un maestro vorrebbe dai suoi allievi? che seguano almeno una parte del suo percorso?

Anche Enzo Cozzolino lo considero un maestro, certo in senso metaforico, eppure grazie alle sue salite ho imparato più di quanto non abbia mai potuto fare attraverso le nozioni. Prima la via dei Fachiri nel 2022, ora il diedro del Mangart di Coritenza.
È davvero curioso come il tempo si pieghi alla fantasia durante le nostre ripetizioni, come il mettere le mani dove le ha messe anche il grongo (noto soprannome di Enzo) in qualche modo generi una canale temporale che ci catapulta con lui su questa parete. Così, salendo ci sembra di provare sulla pelle il calore di tutte le mani che hanno toccato queste rocce slavate, ora friabili ed insidiose, ora lisce e compatte.
Ogni tanto si notano persino dei graffi, segni inequivocabili dei ramponi del fortissimo Matteo Della Bordella che recentemente ha cercato invano di imitare Renato Casarotto in una delle sue imprese più incredibili: 11 giorni lungo il Diedro Cozzolino in pieno inverno, da solo. Era il 1982 e gli inverni allora erano temibili, soprattutto qui nella conca di Fusine, una delle zone più fredde delle Alpi.
Chissà quante volte abbiamo pensato a Casarotto durante la salita e ci siamo intesi senza proferire parola.
Chiunque salga queste rocce realizza di mettere le mani su un gigantesco e temibile monumento, ora culla di imprese incredibili, ora una muta tomba bianca.
Non sono nemmeno le 17.00 quando io e Mauretto ci troviamo sotto il crestone est, a circa 60 metri dal termine della via. Poco prima superavamo in traverso verso destra la cengia d’uscita e da lì, sembrava di poter raggiungere l’Alpe Vecchia con un balzo. I ghiaioni, contorti dal loro stesso flusso verso valle tra la vegetazione, sembravano grosse spennellate che facevano contrasto con quelle verdi del bosco, un bellissimo quadro di linee curve. Lo spigolo del Piccolo Mangart di Coritenza, che di fatto è la metà di sinistra dell’immenso diedro, sembrava staccarsi dalla montagna e galleggiare nel vuoto.

Leggo un dolce messaggio di Ester poco prima che Mauretto parta per l’ultima lunghezza ed è quanto basta per cominciare a tirare fuori le lacrime. Piangerò durante gli ultimi metri e continuerò a farlo in cresta realizzando di essere sopra al grande diedro e non più solamente con un dito.
Per la prima volta in vita mia ho davvero paura di svegliarmi da un sogno.
Scendiamo presto al bivacco Busettini, giù alla forcella Sgherza dove il vento soffia forte e ci costringe a entrare nel bivacco per mangiare qualcosa e prepararci alla discesa lungo la via della Vita. Chiudiamo la porta dietro di noi ed è immediatamente la quiete.
Mentre Mauretto scrive qualche riga sul libro del bivacco, io mi soffermo su alcuni pensieri che mi disturbano nonostante il momento di indescrivibile felicità. In molti mi hanno detto che alpinismo ed egoismo non fanno solo rima. Forse avrei potuto evitare di impensierire Ester in un momento per lei così difficile. Forse però, dopotutto, non ci sarà mai veramente l’occasione giusta per un certo tipo di salite. Comunque, ogni volta che vado in montagna penso insistentemente a chi mi vuole bene.
Cito il bellissimo articolo “ruggine” di Saverio D’Eredità sul blog “rampegoni”:
Marcello (Bulfoni), era un fiume in piena di storia, di aneddoti, consigli.
Poi di colpo si fece serio, mi fissò di nuovo diritto sotto il ciglio duro e disse:
“Però io sono sempre tornato a casa. Sapevo fin dove potevo rischiare. E piuttosto ho piantato sempre un chiodo in più. Perché devi aver rispetto per te stesso e per chi ti aspetta. Sempre.”
Questo è l’alpinista che voglio essere. A volte, soprattutto in occasione delle mie lezioni di storia, quasi non mi piace esaltare con eccitazione quelle imprese mitiche e inimitabili che rischiano di venir considerate exploit sportivi per la loro natura prestazionale più che tasselli di una storia umana e ricca di insicurezze. Oggi voglio essere felice di avere paura, tanto più che la lotta all’Alpe è ben che tramontata e le montagne, di sicuro, dell’uomo non hanno mai avuto paura..
Il cuneo
Ore 20.30 e siamo di nuovo allo Zacchi. Veniamo accolti calorosamente dall’amico Rodri che casualmente si trova lì assieme a tutta la sua famiglia e degli amici. Ha vegliato su di noi durante la discesa che è filata liscia e senza alcuna perturbazione. Nonostante la cucina sembri chiusa, l’accoglienza al rifugio si rivela straordinaria: abbondante pasta aglio e olio e una bottiglia di rosso, poi qualche chiacchiera, poi qualche grappa, poi addirittura due sigarette, manco fosse capodanno.
Fuori comincia a piovere e noi, attorno alle 23.00, ci carichiamo gli zaini in spalla e scendiamo a Fusine dove passiamo la notte in furgone.
Il mio ultimo pensiero prima di dormire è quel cuneo di legno. Sì, perché a circa due terzi della salita, in una nicchia con sosta su due chiodi, compare un cuneo con cordino di ferro semplicemente appoggiato nella ghiaia. Intitolo sempre le mie lezioni di storia “chiodi che cantano”, intendendo non solo il suono percussivo del chiodo che penetrando nelle fessure produce frequenze via via più acute; ma anche il fatto che questi oggetti siano dei veri e propri testimoni del passato che cantando ci raccontano delle storie.

Anni fa, sulla via Cassin alla Piccolissima di Lavaredo, quando l’amico Maxi mi suggeriva di arrivare in cima accorpando gli ultimi due tiri di corda, io invece facevo sosta poco sotto rinvenendo un chiodo dall’occhiello che recitava “R. Cassin”.
È quella “R” che faceva la differenza, in qualche modo sentivo di toccare con buona probabilità un chiodo appartenuto a Riccardo Cassin. Allora mi emozionai e oggi riporto sempre l’aneddoto agli allievi dei corsi.

Certo il cuneo rinvenuto sul Diedro Cozzolino potrebbe essere appartenuto a chiunque, poiché questi oggetti venivano comunque utilizzati anche ai tempi delle prime ripetizioni. Tuttavia, man mano che si sale, i chiodi di progressione pare diminuiscano e allora un cuneo così in alto lungo la via potrebbe suggerire la sua appartenenza all’apritore. Molti prima di noi non hanno voluto portarlo via, l’hanno lasciato lì come piccolo segno tangibile di un passaggio che potrebbe essere quello di Enzo, un ragazzo che in fin dei conti è “passato” troppo in fretta.
Anche la nostra scalata sembra essere passata in fretta, un balzo verso l’alto. Eppure sento che tutta la mia vita alpinistica, in qualche modo, abbia fatto parte di questa salita; come se tutte le esperienze maturate ci abbiano portato qui, dove pensavo il mondo finisse ma in fin dei conti, come sempre, ci stava solo nascondendo un orizzonte animato da altre infinite montagne.
Il sipario si chiude ai laghi di Fusine ed è di nuovo buio, delle montagne della conca di Fusine non c’è più traccia, del grande diedro non restano che i ricordi.
Mauro Dall’Argine
NOTE TECNICHE
Il punto di appoggio designato è stato il rifugio Zacchi, dove abbiamo dormito la notte prima della salita dopo aver lasciato il materiale ingombrante sotto ad un masso in prossimità del diedro.
Dall’ultima volta che sono stato al rifugio (circa 5 anni fa), la gestione è decisamente migliorata. Nonostante non si aspettino quasi mai degli alpinisti, i rifugisti sapevano cosa andavamo a fare. Un buon cannocchiale è installato in direzione della parete, il ché renderebbe molto semplice il venir seguiti da lontano nella scalata.
Non abbiamo usato nuts e chiodi (nonostante avevamo qualche chiodo a lama e a U), i friends invece sono stati utili per integrare la chiodatura presente. Noi avevamo un set completo compreso un BD 0.2 e un 0.3, doppiando 0.75 e 0.4.
L’ottima relazione alla quale abbiamo fatto riferimento è quella reperita nella guida “Alpi Giulie” vie di roccia classiche e moderne di Zorzi – D’Eredità, edizioni idea montagna, nella sua ultima versione. Come è correttamente riportato nella relazione, le soste sulla via sono presenti.
Siamo partiti dal rifugio alle 4.40 del mattino circa e abbiamo deciso di percorrere slegati le prime due lunghezze: alle prime luci abbiamo insomma attaccato le difficoltà.
Prevedevamo buone condizioni ma il quarto e soprattutto il terzo tiro erano abbastanza bagnati. La chiodatura qui comunque è molto buona e consente di superare efficacemente i tratti viscidi anche in A0.
Non esaltanti i tiri successivi (fino all’ottavo compreso), meglio “rallentare” per proteggersi adeguatamente vista la pessima qualità della roccia. Nel caso del settimo tiro il passaggio di VI è in ingresso, ed è facilmente evitabile in A1.
Faticoso e sostenuto il nono tiro su roccia straordinaria, dove conviene arrampicare sempre in sostituzione. I due tiri “chiave” non dovrebbero impensierire, in particolare la fessura strapiombante del dodicesimo tiro è un A0 elementare. Un po’ più problematica piuttosto la prosecuzione dopo la fessura, dove seguendo le verticali pareti a sinistra del colatoio principale, abbiamo trovato una sosta scomoda ma buona a circa 45 metri. Da qui si giunge presto al tiro della “spaccata” che è breve ma intenso, in particolare il tratto sulla parete di destra. Tiri 16 e 17 non banali, soprattutto la placca di VI all’inizio del tiro 17 dove conviene di certo usare la parete di destra per innalzarsi. Il successivo passaggio di VI del medesimo tiro invece è su qualche buon chiodo e anche qui potenzialmente scalabile in A0. Le lunghezze 18 e 19 sono, a parer nostro, impegnative. Si esce in piena parete dove la roccia non si può dire esattamente friabile ma comunque insidiosa e quindi sempre da verificare. Conviene, come abbiamo fatto noi, arrivare nella parte alta con buon anticipo per poter affrontare con calma le ultime lunghezze, proteggendosi adeguatamente. La sosta appesa del tiro 19 non dà molta fiducia, soprattutto perché presenta dei cordoni marci che andrebbero tagliati per fare spazio al proprio materiale. Da qui, dopo aver traversato brevemente a destra (IV/IV+) e rinviato un buon chiodo sulla sinistra dietro al vago spigolo, si prosegue in diagonale destra e si è presto in cengia. Lungo questa, non si cerchi una sosta, compare però qualche singolo chiodo (difficilmente integrabile a parer mio). La cengia è esposta e con molto pietrisco instabile, ma anche quando si restringe nessun passaggio dà noia (massimo II grado). Aggirato lo spigolo conviene salire il canale sulla sinistra e continuare per questo sino alla zona più appoggiata della parete dove ha senso muoversi in conserva protetta. Si sbuca quindi sul crestone est da dove, verso sinistra, si scende verso il bivacco Busettini e quindi verso la via della Vita che è stata ottimamente ristrutturata nel 2025.
Abbiamo affrontato la scalata in 11 ore circa prendendoci il nostro tempo nell’ultimo terzo. Dal crestone est in meno di un’ora si è al Busettini seguendo vecchi cavi e bolli sbiaditi. Dal bivacco, in meno di due ore eravamo alla base della via della Vita in direzione del rifugio.
Mauro Dall’Argine
- 01 gars Diedro Cozzolino – Attenti a quei due
- 02 gars Diedro Cozzolino – Il secondo vano nero
- 03 gars Diedro Cozzolino – Il tiro della spaccata
- 04 gars Diedro Cozzolino -In cima al Piccolo Mangart di Coritenza
- 05 gars Diedro Cozzolino -In diedro dopo aver evitato il primo camino strapiombante
- 06 gars Diedro Cozzolino – Lunghezza 19
- 07 gars Diedro Cozzolino – Lunghezza sette dopo il passaggio di VI
- 08 gars Diedro Cozzolino – lungo la cengia d_uscita
- 09 gars Diedro Cozzolino – Nella parte alta
- 10 gars Diedro Cozzolino – Parte centrale
- 11 gars Diedro Cozzolino – Seconda lunghezza in effettivo diedro
- 12 gars Diedro Cozzolino – Terza lunghezza
- 13 gars Diedro Cozzolino – Traverso verso sinistra per evitare il primo camino strapiombante


















