DIAMANTI GREZZI E STELLE ALPINE
Il 2025 per me è stato un anno privo di grandi ripetizioni. Ho dovuto lasciare nelle scarpe parecchi di quei mitici sassolini. Ci dicono tutti che le montagne restano ferme ma a volte penso che ogni occasione mancata sia effettivamente persa, poiché se è vero che la roccia è meno cagionevole dell’uomo, quest’ultimo muta continuamente e chissà allora quando si presenteranno di nuovo le condizioni ideali, la vicinanza del compagno ideale, tutti gli ingredienti per poter percorrere quella linea tanto desiderata.
Ma voglio cambiare, sto cambiando. Ogni anno è diverso e sto imparando a trasformare l’ansia che genera lo scorrere del tempo in una più sana accettazione di tutto ciò che riesco a cogliere giorno per giorno. Ogni esperienza programmata può mutare in qualcosa di inedito e nascondere una scoperta, come i casi di serendipità. E’ quanto è accaduto un giorno di tempo instabile a fine giugno, quando invece di tentare una salita importante io e Mauro Bologna decidiamo di terminare la sua via nuova in Montasio.
“Semo fora!”: una frase che mi fa venire i brividi, che collego alle lacrime di Flavio Ghio che raggiunge Enzo Cozzolino sulla cima della Scotoni. La stessa frase, quasi l’avesse citata con una voce cantilenante, la pronuncia Mauretto in cima alla torre gialla, culmine di sforzi durati 4 anni. Non si pensi voglia misurare quest’impresa di Mauretto alla via dei fachiri, però voglio sottolineare che le emozioni da ambo le parti sono assimilabili. E chi lo dice?
Lo dice Riccardo Cassin centenne all’amico e istruttore Giorgio Gregorio: “Io e te siamo uguali, tutti e due saliamo verso il cielo”.
Molti alpinisti raccontano che aprire una via nuova è come accettare l’invito della Montagna, sentirne il calore laddove mai nessuno ha messo mano, neppure il sole alle volte.
Mi piacerebbe imparare a leggere la Montagna come fosse un libro aperto. E’ meraviglioso pensare di intuire dal basso una linea che prende forma durante la scalata e poi magari scoprire di poter scendere “con le mani in tasca” come dice un altro Mauro (Corona) nel suo podcast.
E poi c’è un quarto Mauro, l’accademico Mauro Florit, che ci insegna l’arte dell’apertura in stile classico e moderno insieme ad altri personaggi importanti come Paolo Pezzolato.
Ci dicono che una via aperta è aut aut: o per se stessi o per gli altri. Forse di sfumature ce ne sono di più e questa è di certo una riduzione didattica (per esempio esistono coloro che aprono un itinerario molto difficile in attesa dell’alpinista degno, in termini fisici e psicologici, di ripeterlo; insomma una via non per tutti). Lavorare per se stessi suona decisamente più semplice; si scala la propria linea, si corrono dei rischi e non ci si preoccupa del fatto che quei rischi possano mettere in difficoltà i ripetitori. Questa logica non è sbagliata per quanto non mi appartenga.
L’ho detto tante volte, secondo me nella storia dell’alpinismo vige una sola regola: ogni via, se ripetuta, deve rimanere per quanto possibile conforme alla concezione dell’apritore, in altri termini “comanda” l’apritore. Ogni salita è un monumento non solo dell’estro artistico e fisico di un uomo, è anche la fotografia di un epoca passata. Non si possono schiodare le direttissime o le salite sportive così come non si possono aggiungere spit alle vie di Messner.
In Val Rosandra, a Trieste, c’è il settore delle “Vergini” con i suoi strapiombi. Gli allievi di un corso di arrampicata libera commentano negativamente che su una via il primo tendicavo si trovi a parecchi metri di altezza, l’ingresso è quindi obbligato e strapiombante e una caduta significa farsi potenzialmente male. Non l’ho mai confermato ma qualcosa mi dice che lì, dove ora c’è un tendicavo, c’era tempo fa il primo chiodo lungo una fessura orizzontale, unica possibilità di protezione su una parete respingente, sicuramente affrontata in arrampicata artificiale quando è stata battezzata. Quindi chi apre non ci regala solo una linea da salire, ci regala anche una parte delle emozioni che ha provato: timori, insicurezze e vittorie. Ma tornando alla questione “aprire per se stessi o per gli altri”, tra chi apre le vie esiste anche chi vorrebbe un ripetitore che provi sensazioni diverse dalle proprie, magari solamente il piacere di arrampicare senza grandi preoccupazioni.
La mia prima esperienza di apertura ha avuto dei toni irrazionali, non abbiamo (io, Lorenzo Adamo e Giulio Valenti) pensato al perché, eravamo eccitati nell’aver individuato una piccola lingua di roccia salibile in uno stile che reputavamo plausibile. La via sorge sulla parete sud ovest della “Cima de la Tesa”, nelle Prealpi Giulie in prossimità del bivacco Giuseppe Bianchi. Abbiamo deciso di rinforzare le soste “classiche” con uno spit e abbiamo anche deciso che prima di pubblicare questo piccolo, piccolissimo salto in verticale, si debba mettere la via un po’ in sicurezza. Non mi dispiacerebbe la si ripetesse e che restasse “a chiodi”.
Il chiodo è uno strumento ideale, senza tempo, poiché è una tecnologia che oggi ha il medesimo valore di quello che assumeva a inizio ‘900 con gli esponenti della scuola di Monaco: consente cioè di seguire delle linee naturali senza alterarle, di proteggere un passaggio ma di scomparire velocemente come velocemente lo si è messo in parete. E’ stata molto soddisfacente la scalata dell’ultima lunghezza, 35 metri verticali su ottima roccia nera e difficoltà sostenute. Ho aggirato il primo passaggio non proteggibile sulla sinistra e i compagni sono stati costretti ad affrontarlo poiché la mia corda li recuperava verticalmente. Mi dicono che il tiro è splendido e che sarebbe opportuno aggiungere uno spit per rendere sicuro il primo memorabile passaggio verticale. Io non mi trovo d’accordo e la cosa (il mio rifiuto intendo) quasi mi manda in confusione. D’altronde ho pur messo qualche spit alle soste, perché non regalare ai ripetitori la bellezza di una variante verticale perfettamente protetta? perché forse il bello delle cose sta nel mezzo, aurea mediocritas dicevano i latini.
Certo è un peccato non regalare i primi “falesistici” movimenti ai ripetitori ma questa è l’occasione di far sperimentare loro una parte della nostra minuscola ricerca.
L’ignoto è una parete che non si sa dove finisca e come finisca, un passaggio che non sai se stai per proteggere o se devi continuare a salire. L’aver schivato la prima difficoltà sulla sinistra, l’aver percorso il facile nel difficile, è uno stile che mi concedo solo di aver citato sottovoce; un riferimento vago allo stile puro dell’alpinismo classico.
Così, chi ripeterà la lunghezza, magari deciderà di andare su diritto oppure vivrà il mio stesso timore e cercherà con astuzia un’alternativa. Non è ancora tempo di una pubblicazione, magari di vie ne nasceranno altre e forse troveremo il modo di chiudere un bell’anello di discesa. La verticalità della parete finale infatti muore sul filo di una cresta affilata ed esposta, molto sporca e friabile che mi ha costretto a scendere sul versante opposto per costruire una sosta ragionevolmente sicura, forse l’inizio di una discesa entusiasmante verso la via normale del Zuc dal Bor.
In questo flusso di coscienza che sto producendo non posso non menzionare la salita di quest’ultima cima anni fa assieme a Ester e allo zio Pier.
Lo Zuc dal Bor è il sacramento di Kugyana memoria, l’altare del Friuli che si fa montagna. Lo zio Pier l’aveva salito in solitaria prima che un crollo ne mutasse i contorni e poi ci è tornato con noi a distanza di vent’anni. Ho un rapporto speciale con questa persona, un instancabile lavoratore che dietro ad una grande timidezza nasconde una grande sensibilità.
Il giorno che siamo scesi dalla via di Dogna sul Montasio, mi avvicina e con serietà mi dice che sognava quella salita da quando era bambino. Aggiunge di aver vissuto con noi uno dei giorni più importanti della sua vita. E’ con lui e con Ester che scopro questa striscia di roccia vicina alla normale del Zuc, piccola parete che forse può offrire più di qualche piccola soddisfazione. Per quanto limitato come dimensioni, questo luogo non è comune in termini di bellezza, pace ed isolamento.
Le stelle alpine crescono a centinaia, soprattutto sulla parete rocciosa allorché mi sembrava opportuno menzionare questi fiori preziosi nel nome della via. La via des stelis (in friulano “delle stelle”) o des stelutis (“delle stelline”). O chissà se non semplicemente la via dello zio..
Mauro Dall’Argine
28.08.2025










